Un po’ come in “2001, Odissea nello spazio”

Attenzione!
1- Fatti e nomi di questo post sono reali.
2- Chi legge per intiero il post conseguirà d’ufficio la “Laurea in Gianditudine” giacché esso rivelerà, una volta per tutte, la Verità giandica così come è; chi non completerà la lettura, dovrà invece sostenere i cinque anni di corso ed esami, come da programma ministeriale. 
3- Il presente scritto è dedicato in particolar modo ai miei cari estinti, e ai cari estinti dei miei cari.

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C’è stato un momento, nella piena infanzia, in cui le mani mie e quelle di mio fratello – nato un anno e mezzo prima di me – si eguagliavano per forza e abilità. Soprattutto nel disegnare e nel picchiare ce la giocavamo ai punti. Poi crescendo le nostre mani hanno imboccato strade diverse: io ho appeso al chiodo la matita e ho affinato la penna, mentre lui si è dedicato al disegno fino a farne la sua professione. Per quanto riguarda le botte, ecco, è bastato che Giacomo arrivasse alle medie e che gli entrasse per bene il testosterone in circolo perché io cominciassi a perdere, e malamente, ogni corpo a corpo che pure mi ostinavo a incoraggiare, e a provocare.

Ebbene, l’aneddoto che leggerete di seguito lo colloco precisamente in questo periodo virtuoso della mia infanzia, quando menavo come Bruce Lee ed ero una Georgia O’Keeffe in nuce.
Avrò avuto forse 9 anni.

Ricordo chiaramente che quel venerdì, prima di salutarci per il weekend, la maestra Maria Lidia ci diede il compito di studiare bene l’episodio dell’incendio di Roma durante la reggenza di Nerone e di disegnarne una scena a nostra scelta, come sempre in un foglio da disegno a carta ruvida.
Io optai per un momento assai truce, a ben guardare; roba che se fossi stata in mia mamma, un paio di domande me le sarei fatte.
Disegnai questa donna (Agrippina?, un’amante di Nerone?, chi si ricorda…), al centro di un grande e lussuoso salone patrizio; costei teneva un coltello all’altezza del petto e stava per suicidarsi.
(Oh, io ve l’avevo detto che la scena era violenta).
Ora, io non so francamente chi fosse questa donna, perché non l’ho più ritrovata nei libri di storia. Nemmeno qualche anno fa, quando per lavoro ho dovuto ripassarmi tutta la dinastia giulio-claudia, ho trovato traccia di una donna che scelse di accoltellarsi durante l’incendio di Roma. Se voi invece l’avete riconosciuta, ditemi qualcosa nei commenti o in privato, perché sono arrivata al punto che non ci dormo la notte.

Ebbene, cominciai quella stessa sera a lavorare al disegno, perché volevo che fosse bello più del solito; e poi sapevo che alla domenica dovevamo andare a Pesaro a trovare Renato, un amico dei miei genitori, perciò avrei avuto solo sabato a mia disposizione per completarlo.
E infatti quando mia mamma mi chiamò presto alla mattina di domenica per partire, il disegno giaceva già bello che rifinito sul tavolo del salotto.
Io questo disegno me lo ricordo ancora in ogni suo dettaglio: le armoniose pieghe del peplo bianco della donna, una preziosa collana squadrata al collo, l’acconciatura boccolosa raccolta ad arte, l’espressione drammatica sul viso ormai privo di speranza; e intorno a lei, un raffinato salone romano dove tutto – mobili, tendaggi, vasi e anfore – era colorato di mille gradazioni del viola, quasi a partecipare emotivamente alla tragedia che si stava compiendo.
(Eh, mi rendo conto che il viola negli arredi romani  potrebbe non essere filologicamente allineato alla storia, ma agli archetipi cromatici sì, dài…)

La domenica andò che arrivammo a Pesaro sulle undici, e che alle undici e zero cinque io e mio fratello eravamo già lì a darcele di santa ragione perché – come sempre accadeva – o io ero invidiosa del regalo che Renato aveva fatto a lui, o viceversa. A quell’epoca poi ero già ben consapevole del vantaggio che potevo trarre da un bel calcio tirato in mezzo alle gambe di un maschietto, perciò lo sferrai con precisione, salvo poi ritrovarmi sopra di me un Giacomo trasfigurato dal dolore che mi avrebbe ammazzata di pugni, se Renato e mio babbo non fossero intervenuti per tempo. E comunque, prima che riuscissero a staccarmi il fratello di dosso, la sua bocca intercettò il mio polso e produsse un morso che affondò fino alle ossa e che divenne un livido leggendario, passato alla Storia come  “L’orologio”.
“Vi piace il mio orologio?”, dicevo spavalda ai miei amichetti esibendo il livido sul polso, “è svizzero!”

Alle undici e mezza di quella domenica eravamo già di ritorno a casa, i miei genitori incazzati come pantere per la puntuale figura di merda che gli avevamo fatto fare, soprattutto perché nel litigare io e Giacomo avevamo travolto chissà quale preziosissimo e fragilissimo cimelio della famiglia di Renato, disintegrandolo in mille pezzi.
Ad alleviare un poco gli animi di tutti quanti, c’erano i doni di Renato: i giocattoli per noi bambini (che ora magicamente ci piacevano tantissimo), e una damigianetta di olio buono fatto con le olive di Renato per mia mamma e mio babbo.

Come trascorremmo il resto di quella domenica non mi è dato ricordarlo, ma non è importante.
È invece importante, se non assiomatico, ciò che accadde il lunedì mattina, subito dopo colazione.
Accadde che tronfia e assetata di successo come non mai, mi precipitai in salotto a recuperare il mio capolavoro per metterlo in cartella. Lo alzai verso la finestra per ammirarlo ancora una volta, in solitudine, prima di farlo conoscere al mondo.
Fu a quel punto che mi accorsi di qualcosa di strano: una macchia oleosa perfettamente circolare troneggiava al centro del foglio, oscurando la bella romana che si stava accoltellando…
Mi girai verso il tavolo e capii: la damigianetta di olio che ci aveva regalato Renato era lì; qualcuno doveva averla appoggiata inavvertitamente (o apposta?) sopra il mio disegno.
Scoppiai in un pianto scomposto, sguaiato, condito da urla gonfie di ira e frustrazione.
Accorsero tutti quanti, e per un cinque minuti non poterono che assistere impotenti alla scena di me che mi dimenavo sul pavimento come nemmeno la Linda Blair.
Poi capirono.

Inizialmente, pareva che la damigianetta di olio ci fosse andata da sola, sul mio disegno. Poi giunse una mezza ammissione da parte di mia mamma:
“Forse sono stata io, – disse – ma non mi sono accorta che il tuo disegno fosse lì”.
Cercai di farle capire che oltre al dispiacere per lo scempio a cotanta opera d’arte, il problema era che avrei avuto un brutto voto, un voto che non mi meritavo e di cui lei era la sola responsabile: sapevo bene che quella grandissima pugnetta della mia maestra – che peraltro dipingeva, nel tempo libero – non me l’avrebbe perdonata mai, una macchia di olio su un disegno.
“Le parlerò io, alla Maria Lidia: vedrai che capirà e non ti darà un brutto voto”, disse mia madre.
“No che non capirà, lo so io, com’è fatta… ”, risposi, per niente ottimista.
Seguirono alcuni minuti di silenzio, che mia mamma impiegò elaborando una strategia a suo dire infallibile: in pratica sarei dovuta andare dalla maestra col capo chino, spiegandole con mestizia l’accaduto; e nel momento in cui fosse giunto il rimprovero, io avrei dovuto dire che comunque l’olio responsabile della macchia era invero un ottimo olio extra-vergine d’oliva, ottenuto direttamente dalle olive marchigiane del nostro amico Renato; insomma non si trattava di un prodotto industriale da supermercato, ma di qualcosa di infinitamente più buono. Se si teneva conto di ciò, si poteva immaginare che il disegno uscisse impreziosito, e non danneggiato, dall’impronta oleosa arrecata per sbaglio dalla damigianetta di Renato, perché portava traccia indelebile di questa squisita qualità artigianale.
Ascoltai mia mamma perplessa e alla fine le chiesi: “Ma sei sicura che devo dire questo?”
“Sì, sì, dammi retta, vedrai che andrà bene”.

Così feci, poche ore più tardi, quando – davanti alla cattedra e alla delusione scolpita sul volto della Maria Lidia in seguito alla visione del mio disegno imbrattato – ripetei con parole mie quanto mi era stato suggerito da mia mamma.
Cominciai timida, ma conclusi la mia arringa difensiva con tono appassionato.
Lei mi ascoltò con attenzione, impassibile, e alla fine mi chiese:
“Quindi tu mi stai dicendo che il disegno non sarebbe bello se non ci fosse questa macchia di olio buono?”
“Sì”, ammisi.
“Una interessante teoria, la tua. Ora vai al tuo posto, che devo pensare a quale voto metterti…”
Alla fine i voti furono tre: un più che ottimo per il disegno immaginato senza la macchia di olio; un appena sufficiente per il disegno reale, cioè con la macchia; un ottimo per l’ironia e l’inventiva messe in campo per cercare di recuperare il danno.

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E allora: quella che vi ho appena raccontato è evidentemente la mia “prima volta” con la gianditudine, o quantomeno la prima volta che io possa ricordare senza ricorrere all’ipnosi.
Una gianditudine eterodiretta da mia mamma – si direbbe – e comunque facilitata da un contesto familiare giandicamente hardcore. Tanto che sono molto serena nell’affermare che il fattore ambientale è fondamentale (ma non esclusivo, sia chiaro) nel plasmare le nostre indoli giandiche.

E poi c’è la macchia di olio, l’olio che a tutt’oggi minaccia il mio guardaroba (e anche il vostro, se vi è capitato o vi capiterà di sedervi al mio fianco ad una cena) e che in questo episodio iniziatico si palesa in tutta la sua forza simbolica: una macchia che in un certo senso mi ha battezzata, che da allora veglia su ogni mia esperienza, e che se tanto mi dà tanto dirà la sua anche quando il cupo mietitore suonerà alla mia porta. La macchia di unto (meglio se di olio e.v.o, ma tutti gli olii e grassi vanno bene, eh) che sta alla gianditudine un po’ come il monolite del film “2001 Odissea nello Spazio” sta all’umanità: ricorre circolarmente, ci accompagna dall’inizio alla fine dei giorni, ci guida senza che ne siamo consapevoli, ci sovrasta, ci sopravviverà. La macchia che è immanente e trascendente allo stesso tempo, idea e sostanza di gianditudine pura.

Infine troviamo l’ironia, che non deve mai mancare tra gli skills della gianda, pena l’isolamento sociale più totale. Se siete giandi e non sviluppate una congrua dimestichezza con il senso dell’umorismo, non uscirete vivi dai tremendissimi impasse che la vostra entropica presenza genererà quotidianamente nel mondo, al prossimo vostro.

Macchia d’olio e ironia: io credo non abbiate bisogno di sapere altro: in queste due verità si racchiude la gianditudine, e avendole finalmente esplicitate, Giandonando ha raggiunto il suo scopo istruttivo ed educativo e può chiudere i battenti.
Giandonando finisce qui, dunque, felice e appagato.
Sono passati dieci anni dal primo post: una durata onorevolissima, non trovate?
Non so voi, ma io mi sono divertita oltremodo.
Ora, prima che vi strappiate i capelli per il dispiacere, vi tranquillizzo: Giandonando non produrrà altri scritti discutibilissimi, ma quello che è stato scritto rimarrà nel web per sempre, e quindi potete venire a rileggerlo quando vi pare.
E ora i ringraziamenti:
ringrazio La Tigre, esimio fan di Giandonando, per avermi disegnato l’assorbente felice volante che impreziosisce l’header del blog.
Ringrazio i pochi ma ottimi estimatori di Giandonando, sparsi un po’ in tutto il mondo: menzione speciale per Taneech e Fufy.
Ringrazio la mia famiglia disfunzionalissima e giandissima, perenne fonte di ispirazione e aneddoti.
E infine, come è mia abitudine dire, grazie a tutti per la compagnia.
E mi raccomando:

Stay oily and giandy… stay foolish!
(semi-cit.)

Buona vita a voi tutti, ora e sempre.
La vostra Polly (anche se arrivati a questo punto direi che potreste chiamarmi tranquillamente Sara)

 

Ciò che chiamiamo il principio è spesso la fine
E finire è cominciare. 
La fine è là donde partiamo.

T.S. Eliot, Quattro Quartetti

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Aneddotino espresso (con morale)

Ieri in biblio.
Entra questo signore sui sessanta vestito casual.
Ci dice: “Posso disturbarvi?”
E noi: “Nessun disturbo”.
Tira fuori dalla tasca interna della giacca di pelle il portafoglio, lo apre con circospezione per non farsi notare e ci fa vedere il distintivo, poi a denti stretti sbiascica: “Polizia”. 
E siamo subito in un film americano.
Poi ci informa che hanno ricevuto segnalazioni di movimenti sospetti in giardino, e ci chiede se può andare a vedere.
“Certamente”, diciamo noi un po’ a disagio, e a questo punto il nostro fa un cenno a un altro tizio rimasto fuori, che entra a sua volta a passo felpatissimo.
Anche questo secondo poliziotto in borghese, noto, veste una giacca di pelle nera, e d’un tratto mi torna in mente quel capolavoro negletto della cinematografia mondiale che è “ALEX L’ARIETE” di Damiano Damiani, in cui un Alberto Tomba quanto mai in parte e tutti i suoi colleghi poliziotti in borghese vestivano giubbotti di pelle nera.  Perciò concludo tra me e me che “la giacca di pelle deve essere un po’ come una divisa”.
Comunque: li accompagniamo in giardino e loro si fanno i loro giri, mentre noi si torna al nostro lavoro come se niente fosse.
Dieci minuti dopo tornano e ci trovano impegnatissime a prestar libri, la biblioteca piacevolmente satolla di gente. Ci aspettano impazienti per comunicarci l’esito del loro sopralluogo, e con la coda dell’occhio li osservo in tutta la loro pescefuordacquicità.
A questo punto, a volume altissimo, parte il cellulare del secondo poliziotto. E la suoneria è la sigla dei LOONEY TOONES.
Per chi non avesse compreso: la sigla dei LOONEY TOONES. Dal cellulare di un poliziotto in borghese che si interfaccia ogni giorno con la piccola/grande criminalità di quartiere.
Ma quando mai?
Ora io mi chiedo: mettiamo il caso che io sia una piccola spacciatrice di droga metropolitana, quale autorevolezza/timore susciterebbe in me un poliziotto a cui – nel bel mezzo di un confronto corpo a corpo con la sottoscritta-  cominciasse a suonare il cellulare con la suoneria dei LOONEY TOONES?
Nessuna autorevolezza e nessun timore di sicuro, ma piuttosto una gran risata dissacratoria, per dirla con eleganza.
A me eh, magari ad altri invece fa paurissima e induce a un rispetto rigorosissimo della legge. 

HAEC FABELLA DOCET: la suoneria del cellulare non farà il monaco (il quale monaco, essendosi presumibilmente votato a una vita pauperrima, avrà un cellulare derelitto con poche opzioni di suonerie), ma fa il poliziotto. 

 

Il re è nudo (e ce l’ha sempre in tiro…)

E così salta fuori che tale Harvey Weinstein – famoso e potentissimo produttore hollywoodiano – per anni ha molestato più o meno pesantemente (se non addirittura violetato) giovani e belle attrici agli albori delle loro carriere: Gwineth Patrow, Rose McGowan, Asia Argento, Angelina Jolie, Ashley Judd eccetera eccetera.
Come dite? Definirle attrici è un affronto a chi sa davvero recitare? Mhm, può essere, ma non è questo il punto.
Il punto è che le suddette – siano esse attrici talentuose o meno – sono state molestate sessualmente e ricattate dal capoccia di turno, ed è lo stesso capoccia ad ammetterlo, perché  Weinstein – travolto dallo scandalo suscitato dalle accuse di alcune vittime – è immediatamente volato in Isvizzera in una clinica dove si curano i disturbi sessuali al grido di “Hanno ragione, hanno ragione loro. Mi debbo curare”.
Oh, niente che non succeda in ogni ambiente di lavoro, tutti i giorni, sia chiaro. Questi abusi non mi scandalizzano, né mi sorprende – cosa che invece pare aver spiazzato molti – che siano stati denunciati così intempestivamente. Chi subisce violenza, di ogni ordine e grado, è vittima e debole, e secondo me ha diritto di scegliere se, quando e come accusare il suo carnefice; e poi quante palle bisogna avere per contrastare un gigante immanicatissimo di Hollywood?
Tante palle, e infrangibili.
Naturalmente è il potere la chiave di volta di questa storia, quel potere indiscusso che da una parte consentiva al caro Weinstein di estorcere servizietti sessuali alle attrici; e dall’altra alimentava il silenzio di chi subiva le violenze e – nondimeno – di terze persone (attori, registi, produttori) che sapevano degli abusi, ma tacevano per paura di ritorsioni alle rispettive carriere.
D’altronde bisogna mangiare, tutti quanti.

Ora, tra tutte le storie delle attrici coinvolte, mi ha colpito in particolare quella di Rose McGowan.
La Rose è stata una delle”Gole profonde” che hanno innescato il domino dello scandalo. Tra i suoi amici ella annoverava (e l’imperfetto è d’obbligo) Ben Affleck, attore e regista dotato e “impegnato”. All’epoca delle molestie, lei si confidò con lui, come si fa tra amici. Ben la ascoltò attentamente e con affetto, ma più che sostenerla moralmente non fece. D’altronde cosa poteva fare: andare da Weinstein e accusarlo? Che prove aveva? Era la parola di Rose contro la sua.
Infatti Ben capiamo la tua posizione e non ti condanniamo mica per il tuo silenzio. D’altronde c’avevi Will Hunting da girare con Weinstein, e se poi lui avesse scelto tuo fratello al tuo posto era un problema, me ne rendo conto.
Epperò cosa succede?
Succede che appena scoppia il bubbone e alla testimonianza di Rose se ne aggiungono decine di altre, Ben Affleck mi fa un proclama twittoso in cui non solo condanna la condotta di Weinstein, ma afferma con forza di non aver mai saputo nulla degli abusi subiti dalle colleghe.
Al che si scatena – giustamente – l’ira funestissima della Rose che sempre su Twitter risponde una cosa tipo: “Ma che cazzo dici, Ben? Tu sapevi perché te l’ho detto io, ti ricordi quella sera al MacDonald che tu hai mangiato un MacCrispy e io un happy Meal con una sorpresa Star Wars? Perché stai mentendo?”.
A questo punto Ben, sentendosi sputtanato worldwide da Rose McGowan, chiede e ottiene la sospensione del profilo dell’attrice da Twitter, per il danno che l’affermazione “you lie” ha arrecato alla sua immagine di attore rettissimo.
Che dire? Rose non hai perso niente. Capisco la delusione umana che ha guidato il tuo tweet, secondo me più che legittimo. Farai a meno di quel bel bamboccione vacuo che reputavi a torto tuo amico, e anche di Twitter che, detto tra noi, a me ha sempre fatto cagarissimo.
Hold on.

E comunque: quanto si somigliano Weinstein e Vissani?
Paiono separati alla nascita!

separati alla nascita

la Melania desnuda

Apprendo con un certo raccapriccio dell’embargo simbolico perpetrato al guardaroba della nuova first lady degli Stati Uniti, la Melania Trump. Pare infatti che diversi stilisti statunitensi le abbiano sbattuto in faccia le porte delle loro blasonatissime maisons, al grido di: “Ci vediamo poi tra quattro anni, cara Melania, quando a dio piacendo tuo marito non verrà riconfermato Presidente!”.

C’è chi – come lo stilista/regista Tom Ford – ha motivato la sua scelta adducendo ragioni fragili come pane carasau appena sfornato, tipo: “I miei abiti sono troppo costosi per qualunque first lady, non avrei vestito nemmeno la Clinton per lo stesso motivo”.
Mhm, mi piacerebbe un bel po’ ravanare nelle cabine-armadio delle first lady del mondo intiero e verificare se realmente non contemplano capi cuciti su misura dalle manine d’oro del nostro caro Tom.
E comunque, Tom, se sono i soldi il tuo unico scrupolo, consentimi di darti un suggerimento su come superare questo impasse: tu fai il tuo bravo dovere di cittadino statunitense e vesti su misura la moglie del Presidente regolarmente eletto. Mica le devi fare il guardaroba, ma un abito per una occasione  sì; il vestito glielo fai non bello – di più – proprio come dovresti saperli fare tu; e alla Melania non glielo vendi, ma come si fa in moltissime occasioni glielo presti, glielo affitti, glielo dài in comodato d’uso; poi dopo che lei si è fatta un giro e ci ha sudato un po’ dentro, lo vendi senza mandarlo al lavasecco e il ricavato lo devolvi in beneficenza, così ci fai un figurone da filantropo progressista intellettuale creativo quale certamente sei, e accontenti qualche feticista/stalker milionario che ne farà buon uso.
La verità, Tom, la vera verità è che con il tuo rifiuto i soldi c’entrano poco o nulla: tu non vuoi che alle tue raffinatissime e progressistissime creazioni si associ nemmeno per sbaglio quel colabrodo di uomo e politico che è Donald Trump. Per quanto mi riguarda non sarebbe accaduto, perché a te – in quanto stilista – non chiedo altro che vestiti di pregio che coprano e abbelliscano i corpi, mica vestiti che traccino, accompagnino o riflettano la storia politica mondiale. Concedo questo privilegio solo alla Coco Chanel, le cui collezioni brillano ancora di luce propria a dispetto della sua acclarata connivenza con il regime nazista. Il regime nazista che ha ammazzato milioni di persone, mica cotiche. E tu ti stai a far problemi per un paio di vestiti  cuciti addosso a quella che fin qui è solo una coppia macchietta?
Ma poi: se Trump è il tuo problema, perché punire la Melania?

A ogni buon conto, mentre codesti stilisti engagés della nostra minchia stanno a menarsela dando alle loro creazioni un significato politico di cui personalmente non sento l’esigenza, dimentichi che essi sono – anche, se non prima di tutto – dei commercianti, e che come dice il detto sacrosantissimo Pecunia non olet; ecco, dicevo, mentre questi creativi fanno obiezione di coscienza, la Michelle Obama si fa immortalare indisturbata agli ultimi ricevimenti presidenziali prima del cambio della guardia, inguainata in splendidi abiti delle più blasonate e costose griffes mondiali.

michelle
In questa foto: Michelle Obama indossa un abito Gucci
(di cui Tom Ford è stato direttore creativo)

Eh, direte voi, ma la Michelle è diversa.
Perché diversa? Solo perché é moglie di un presidente più presentabile, agli occhi dell’opinione pubblica democratica?

Ora, l’occasione mi è lieta per comunicare quanto segue:

Mi sarei anche rotta i maroni di questi endorsement eccellenti di gente che con la politica non c’entra un emerito.
Se mi dici come la pensi politicamente, caro artista della qualunque arte, mi può anche andare bene. Ma se poi mi fai il concerto/sfilata/mostra/rappresentazione teatrale strumentale a qualsivoglia campagna elettorale o corrente politica, mi scendi per una braga in un secondo.

Oh, e adesso che mi sono sfogata, passiamo alle cose serie, ché qui c’è un’emergenza da affrontare: VESTIRE LA MELANIA.  (#unostilistaperMelania, #vestiamoMelania)
Ora, a quanto ne so, dal giorno della vittoria di Donald Trump, la Melania mi vaga nuda avanti e indietro per la 5th Avenue di Nuova York, ché nessuno se la fila di pezza.
Fa un freddo maialo a Nuova York in dicembre, perciò non c’è tempo da perdere!
E allora pensavo: se sospendessimo per un attimo le donazioni ai terremotati di Marche, Umbria e Lazio e mandassimo tutti quanti un sms da 2 euri per foraggiare la Melania? Una manciata di abiti chiccosi ne escon fuori se tutti contribuiamo!
Dovrà pure avercelo un vestito degno per il G8 e per i ricevimenti alla Casa Bianca in cui canterà Bocelli!

Dài, che l’unione fa la forza!
Dài che è Natale!
Non vi ho convinti? Ecco un’immagine che vi spezzerà il cuore e motiverà i vostri portafogli…

melania

Oh, io poi mi son messa lì, di buonissima lena, a cucirle tubini su tubini, e gonne a nastro, gonne per ogni occasione. Il tempo di rifinire tutto con la taglia e cuci (che mi devo fare prestare) e glielo mando con un corriere.
Nel pacco le scriverò il biglietto in cui le spiegherò che le cuciture storte e i fili a penzoloni corrispondono al mio ideale giandico di moda, e che costituiscono l’elemento caratteristico e di pregio delle mie collezioni.
Immagino sarà fiera di indossare un po’ di buon vecchio Made in Italy, no?
In attesa che gli stilisti ammerigani si curino un po’ la miopia e perdano un po’ di quella  rancida, vacua, inutile spocchia gauche caviar.