Gimme shelter in loop per Matteo

Vorrei cantare in loop la wonderfulla Gimme Shelter degli stones alle orecchie di Matteo (non) Salvini.
Gimme shelter che poi in italiano vuol dire: dammi riparo.
semplicemente.

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Del Sublime

L’invidia è una brutta bestia, si sa, ma essendo anche io un’animaletta umana come vojaltri, non ne sono esente. Esiste inoltre una simpatica declinazione in chiave biblioteconomia del detto “Il giardino del vicino è sempre più verde”, che mi diventa dunque “La collezione della biblioteca comunale vicina è sempre più fornita e aurea di quella in cui lavori tu”.
Questa breve premessa per introdurvi alla folgorante epifania libraria che mi ha sorpresa in biblioteca, durante un ordinario (o almeno così credevo) sabato mattina di lavoro.
Ebbene è successo che riordinando il tavolo che ospita i libri arrivati da altre biblioteche della Provincia affinché siano dati in prestito ai nostri utenti tramite il sacrosantissimo servizio di prestito interbiblioltecario (ILL), mi è capitato tra le mani questo diamante, appartenente al catalogo di una biblioteca poco distante dalla mia.

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Ora, io non credo di essere in grado di esprimere a parole tutto il ginepraio di emozioni che tale visione ha destato nella sottoscritta. Un ginepraio dove l’invidia e la frustrazione per non aver comprato e catalogato io per prima una simile pietra miliare nella cultura musicale (se non nella cultura tout court), si controbilanciavano alla irresistibile energia virtuosa e rigenerante che scaturiva dalla lettura delle parole “rock” e “resilienza”.
“Rock” e “resilienza”, sì: è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. Solo ora mi è chiaro.
E tu, bibliotecario/a che lavori a pochi  passi da me e che sei maestro nell’investire i soldi dei contribuenti comprando simili perle – mentre io mi ostino a ordinare libri che nessuno (tranne me medesima) chiederà in prestito, men che meno interbibliotecario – sappi che ti invidio, ti invidio tantissimo.
Ma ora, per farvi capire che sono in grado di scendere a patti coi miei istinti più bassi, e che alla fine della fiera è la bellezza che conta, e che vince su tutto, vi copincollo qui sotto l’ispiratissima introduzione dell’autrice, che vi auguro diventerà presto anche per voi – come per me – una delle vostre scrittrici preferite!

“Cara lettrice, caro lettore.
Innanzitutto grazie.
Se stai leggendo queste righe è perché tieni
il mio libro tra le mani e, credimi, in questi tempi
di profonda distrazione non è cosa da poco.
Ho l’ardire di auspicare che Rock e resilienza
possa avere il ritmo di un album, che
possa essere un libro che suoni come un disco.
E’ per questo che al suo interno troverai capitoli
brevi, lunghi e lunghissimi.
Non ho voluto un’uniformità per lo stesso
motivo per il quale non sarei in grado
di scegliere tra un brano dei ramones,
uno dei Beatles e uno dei Pink Floyd.
Ogni loro composizione, che si tratti di un pezzo di due minuti, di una canzone
da tre minuti e mezzo o di una suite musicale,
è frutto della loro ispirazione e non li immagino
tenere d’occhio l’orologio…
Lungi dal paragonarmi a loro, ho comunque
desiderato godere della stessa libertà.
Scoprirai presti che ogni capitolo
ha un consiglio d’ascolto.
Mi piace immaginarti leggere con il sottofondo
musicale degli stessi brani con i quali ho scritto.
Se lo farai ti renderai conto di quanto le parole
ne siano inevitabilmente intrise.
Io ci ho messo il cuore, spero tu possa sentirlo.
Buona lettura!
Paola”

Aneddotino espresso (con morale)

Ieri in biblio.
Entra questo signore sui sessanta vestito casual.
Ci dice: “Posso disturbarvi?”
E noi: “Nessun disturbo”.
Tira fuori dalla tasca interna della giacca di pelle il portafoglio, lo apre con circospezione per non farsi notare e ci fa vedere il distintivo, poi a denti stretti sbiascica: “Polizia”. 
E siamo subito in un film americano.
Poi ci informa che hanno ricevuto segnalazioni di movimenti sospetti in giardino, e ci chiede se può andare a vedere.
“Certamente”, diciamo noi un po’ a disagio, e a questo punto il nostro fa un cenno a un altro tizio rimasto fuori, che entra a sua volta a passo felpatissimo.
Anche questo secondo poliziotto in borghese, noto, veste una giacca di pelle nera, e d’un tratto mi torna in mente quel capolavoro negletto della cinematografia mondiale che è “ALEX L’ARIETE” di Damiano Damiani, in cui un Alberto Tomba quanto mai in parte e tutti i suoi colleghi poliziotti in borghese vestivano giubbotti di pelle nera.  Perciò concludo tra me e me che “la giacca di pelle deve essere un po’ come una divisa”.
Comunque: li accompagniamo in giardino e loro si fanno i loro giri, mentre noi si torna al nostro lavoro come se niente fosse.
Dieci minuti dopo tornano e ci trovano impegnatissime a prestar libri, la biblioteca piacevolmente satolla di gente. Ci aspettano impazienti per comunicarci l’esito del loro sopralluogo, e con la coda dell’occhio li osservo in tutta la loro pescefuordacquicità.
A questo punto, a volume altissimo, parte il cellulare del secondo poliziotto. E la suoneria è la sigla dei LOONEY TOONES.
Per chi non avesse compreso: la sigla dei LOONEY TOONES. Dal cellulare di un poliziotto in borghese che si interfaccia ogni giorno con la piccola/grande criminalità di quartiere.
Ma quando mai?
Ora io mi chiedo: mettiamo il caso che io sia una piccola spacciatrice di droga metropolitana, quale autorevolezza/timore susciterebbe in me un poliziotto a cui – nel bel mezzo di un confronto corpo a corpo con la sottoscritta-  cominciasse a suonare il cellulare con la suoneria dei LOONEY TOONES?
Nessuna autorevolezza e nessun timore di sicuro, ma piuttosto una gran risata dissacratoria, per dirla con eleganza.
A me eh, magari ad altri invece fa paurissima e induce a un rispetto rigorosissimo della legge. 

HAEC FABELLA DOCET: la suoneria del cellulare non farà il monaco (il quale monaco, essendosi presumibilmente votato a una vita pauperrima, avrà un cellulare derelitto con poche opzioni di suonerie), ma fa il poliziotto. 

 

Tu sei la stella, tu sei l’amore

To my loved ones (and especially to YOU)

(Storia narrata e pubblicata per gentile concessione di Furio, al quale – come per tutti i protagonisti di questo post – ho dato un nome di fantasia…)

E così quei gran tiponi di Ines e Furio ce l’hanno fatta a venire in Sardegna. E sì che quest’estate noi non si era certo nella condizione ideale per ospitare, piegati come eravamo da un inizio 2017 molto più che horribilis.  
Eppure, potendo scegliere qualcuno da accogliere a dispetto del nostro stato convalescente, la scelta non poteva che cadere sulla Ines e su Furio.
Ora, non dovete pensare che con Ines e Furio abbiam mangiato fagioli insieme da sempre, perché non è così. Prima di agosto li conoscevamo poco, ci eravamo solo annusati; rare e fuggevoli erano state le occasioni di frequentarci, e quel “veniteci a trovare in Sardegna un’estate” era sempre stato proferito col cuore – è naturale – ma anche a mezza voce, con timida circospezione. Questo perché Ines e Furio non li avevamo scelti, né loro avevano scelto noi; diciamo che ci eravamo reciprocamente capitati in sorte, come succede spesso nella vita; e forse a farci titubare, a renderci cauti gli uni verso gli altri, era proprio questa sorte che ci legava non avendoci chiesto prima il permesso.
Va detto anche che a un primo sguardo nojaltri potevamo sembrar diversi da loro come la notte lo è dal giorno, e questo poteva render scettici sul buon esito di una vacanza passata assieme. Posto che così diversa da Ines e Furio non mi ci sono mai sentita, io ero serenissima perché le mie vacanze migliori sono state quelle trascorse con persone che conoscevo poco o che al momento di partire mi stavano financo sui maroni (e non è il caso di Ines e Furio, eh, ci tengo a specificare).
Ines e Furio: due gran tiponi, si diceva, tra i cinquanta e sessant’anni. Alti, belli, innamoratissimi; dotati di un’eleganza innata, variopinta e un po’ hippie, con punte di rochenroll. Riminesi purosangue, hanno portato nella mia bella isola di vento – così risoluta nel rivendicare orgogliosamente la sua anima e le sue tradizioni millenarie –  una generosa manciata di scanzonata, anarchica e iconosclastica “Romagna way of life”.  
Ora, per motivi che capirete di qui a poche righe, il racconto penderà giocoforza su Furio, ma io un paio di cose sulla Ines ve le voglio proprio dire. Per esempio vi dico che la Ines ha conosciuto la vita in ogni suo profilo, e ne ha saggiato ogni schizofrenico aspetto. S’è viaggiata il mondo intiero in un modo che definirei autenticamente avventuroso. Donna spiritosa, fatalista, sciantosissima, la Ines ve la dovete immaginare un po’ come una Polly ma con vent’anni e venti centimetri di coscia in più. Dunque gianda, senza schermi, e indefessamente fedele al santo credo dello SBATECAZ.   

Ma è giunta l’ora di andare al nocciuolo di questo post, perciò adesso cercate di immaginare questa scena: noi tutti spiaggiati in quel paradiso in terra che è Sa mesa longa in una mattina lievemente maestralata. Nessuno fiata, rapiti come siamo dalla meraviglia che ci circonda e ognuno dai suoi pensieri; il silenzio screziato solo dal remoto e gaudente vociare degli altri bagnanti.
D’improvviso cala dal nulla una delle mie solite domande:
– Oh Furio… ma te, quando eri un ragazzo, eri per caso un Mandrillone della Riviera?
Allora Furio, che mi dà le spalle, si volta lento verso di me, mi guarda da dietro gli occhiali da sole, e dopo aver dato un tiro profondo alla sua sigaretta, mi risponde:
– Certo, Polly, lo puoi dire forte.
Fa una pausa, e poi continua:
– E ti dirò di più, non solo ero un gran mandrillo della Riviera, ma ero addirittura un discepolo dell’immenso Gonzo.
– Gonzo? E chi è?
– Come sarebbe “Chi è Gonzo?” Gonzo è il Re dei Mandrilli, il più grande conquistatore di gnocche che la Riviera Romagnola abbia mai conosciuto; una istituzione, una celebrità in tutta Europa, uno che negli anni ‘80 riempiva le pagine dei quotidiani finlandesi, tedeschi…
– E tu eri un suo discepolo?
– Sì, lo sono stato per un periodo.
– Ah soccia, voglio sapere tutto.

Così inizia il racconto di Furio, un racconto che è durato giorni, più volte interrotto e ripreso per ripetere o approfondire certi aneddoti particolarmente succosi; un racconto narrato con quella tipica divertita e autoironica consapevolezza di chi ha vissuto davvero e non ha problemi ad archiviare il proprio passato nel cassetto dei “Ricordi sì, ma senza rimpianti”.
Un racconto – se non si fosse capito – che fa più o meno così:

– E allora Polly, tu devi sapere che per noi ragazzi riminesi c’era una sola certezza: che ad aprile iniziava la stagione.
– E quindi?
– E quindi se ad aprile eri fidanzato, ti dovevi sfidanzare, perché da quel momento fino a settembre le turiste avevano la precedenza.
– Quindi i fidanzamenti duravano una manciata di mesi?
Sì, pochi, erano storie che iniziavano sulla spiaggia e nella migliore delle ipotesi non arrivavano all’estate successiva.
– E quand’è che hai incontrato Gonzo?
– Boh, a un certo punto… io ero giovane, lui era più vecchio di me, di un’altra generazione: era un mandrillo già famoso e navigato.
– E com’era Gonzo? Descrivimelo.
– Capello lungo schiarito, camicia aperta e catenone al collo. Come da manuale. Non era molto alto, questo no.

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(in questa foto: Gonzo nel suo habitat naturale)

– Per il resto, com’era?
– Era simpatico, molto preso a fare numero… non so se mi spiego… Era uno che a fine stagione faceva le somme…
– E tu eri così?
– No, io ero diverso, ma che ero diverso l’ho capito dopo…
– Nel senso che facevi pochi numeri?
– Non direi…, ma fare il bilancio consuntivo a settembre non mi è mai interessato. Poi io sono uno che ha sempre avuto il vizio di parlarci con le donne, perciò andava a finire che qualcosa nasceva, si innamoravano … E mi facevano certe scenate!
– E Gonzo, lo senti ancora?
– No, però ancora si parla di lui. Ho letto da qualche parte in rete che è andato in pensione…
– Ma in pensione dalla sua professione di Don Giovanni o in pensione dalla sua professione tipo da impiegato del comune?
– La seconda che hai detto…
A questo punto mi immagino un Gonzo già maturo fare la spola tra i dancing e i cocktail bar della zona, cercando di mantenere vivido l’immaginario, l’archetipo del suo personaggio a dispetto dell’avanzata inesorabile di giovani adoni ugualmente ferrati nel beach volley e nel sesso. Me lo immagino sciorinare alle sue prede uno a uno gli articoli che il “Der Spiegel” e il “Helsingin Sanomat” han scritto su di lui, per comprovare la sua popolarità. Inizialmente questi articoli li teneva tutti in una carpetta di cartone dalla copertina pitonata che portava sempre con sé; poi ha deciso di scansionarli e ora li fa vedere dallo smartphone, che naturalmente è sempre un iPhone all’ultimo grido.
– Ma ora come sta messo a donne?
– Non lo so, credo che stia con una ragazza russa.
– Mhm… ma torniamo a te! Dimmi mò com’era la tua giornata tipo.
– Mah, dipende. Lavoravo nel turismo, come tutti. Mi ricordo un anno che facevo il cameriere-tutto fare in questo piccolo albergo di Rimini a conduzione familiare. Lavoravo tutto il giorno, poi la sera ero impegnato con le turiste – sai, andavo nelle loro stanze – e la mattina, quando scendevo in cucina per le colazioni, stanco frusto, trovavo la padrona dell’albergo che mi preparava lo zabaione. Capito? Voleva che mi mantenessi in forze, che affrontassi la nuova giornata con la giusta energia.
– Insomma tutta la filiera turistica era gnocca turistica oriented!
– Già…
– E quando non andavi nelle stanze delle turiste, dove le portavi, in spiaggia?
– Sì, anche, le portavo un po’ ovunque, ma soprattutto nella mia Squalo.
Segue accurata descrizione degli interni della Squalo di Furio, concepiti allo scopo di favorire l’amore: dalle tappezzerie animalier, al volante di peluche, ai sedili che “quando li reclinavi diventavano veri letti matrimoniali e ci si stava anche in quattro… cosa non abbiamo fatto in quella macchina… ”
Dice così Furio, e lo fa un po’ a bassa voce per non urtare la sensibilità della Ines che fa la lucertola al sole pochi metri più in là. La quale Ines – mi vien da dire – non solo conosce (e ama) il passato del suo uomo in ogni sua promiscuità, ma se si mettesse a raccontare lei le sue estati di gioventù, mi sa che farebbe impallidire Furio, Gonzo e tutta la compagnia di Mandrilli rivieraschi.
A questo punto Furio mette mano al cellulare e mi fa:
– Guarda Polly, questa foto me l’hanno mandata proprio qualche giorno fa. Eccola la mia Squalo, ed eccomi qui, con tutti gli amici dell’epoca.
Prima che mi passi il cellulare in mano, Furio indugia, preso com’è a guardar con amore il se stesso di qualche anno fa.
Mi passa il telefono e mi trovo di fronte una fotografia sgranata ma bellissima.
Un gruppo di aitanti manzi romagnoli, immortalato nell’ennui di una pausa dalla spiaggia e dagli amori.
Dietro il loro sguardo in favore di obiettivo – ne sono certa – ci sono i programmi e i sogni per l’imminente serata, che avrà da essere indimenticabile.
Furio lo riconosco subito, ma bleffo.
– Tu quale sei?
– Ma come “quale sono”? Il più bello di tutti!
Ecco, e allora visto che io lo so chi è il più bello di tutti, guardatevi un po’ la foto e battezzate your own personal Furio secondo il vostro gusto.

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Mentre decidete intanto vi racconto questa coincidenza.
Proprio quando avevo cominciato a mettere in cantiere questo post, qualche mese fa, un’amica ignara dei miei progetti mi ha mandato degli scatti rubati a un libro di fotografie dedicate proprio a Rimini e alla sua composita fauna. Il libro si chiama “DiviDiRimini” e a voler spendere 30 euri, sono sicura che ci potremmo trovare il Gonzo, e Furio, e la Ines, e tutti gli albergatori sensibili e fieri montatori di zabaione…
Perciò cosa aspettiamo? La tredicesima è qui che sta arrivando: compriamolo tutti.

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