Attendo con sicura fede…

… di sapere chi tra i due ce l’abbia più lungo.
(Io scommetterei per Donald)

asilo

 

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Tu sei la stella, tu sei l’amore

To my loved ones (and especially to YOU)

(Storia narrata e pubblicata per gentile concessione di Furio, al quale – come per tutti i protagonisti di questo post – ho dato un nome di fantasia…)

E così quei gran tiponi di Ines e Furio ce l’hanno fatta a venire in Sardegna. E sì che quest’estate noi non si era certo nella condizione ideale per ospitare, piegati come eravamo da un inizio 2017 molto più che horribilis.  
Eppure, potendo scegliere qualcuno da accogliere a dispetto del nostro stato convalescente, la scelta non poteva che cadere sulla Ines e su Furio.
Ora, non dovete pensare che con Ines e Furio abbiam mangiato fagioli insieme da sempre, perché non è così. Prima di agosto li conoscevamo poco, ci eravamo solo annusati; rare e fuggevoli erano state le occasioni di frequentarci, e quel “veniteci a trovare in Sardegna un’estate” era sempre stato proferito col cuore – è naturale – ma anche a mezza voce, con timida circospezione. Questo perché Ines e Furio non li avevamo scelti, né loro avevano scelto noi; diciamo che ci eravamo reciprocamente capitati in sorte, come succede spesso nella vita; e forse a farci titubare, a renderci cauti gli uni verso gli altri, era proprio questa sorte che ci legava non avendoci chiesto prima il permesso.
Va detto anche che a un primo sguardo nojaltri potevamo sembrar diversi da loro come la notte lo è dal giorno, e questo poteva render scettici sul buon esito di una vacanza passata assieme. Posto che così diversa da Ines e Furio non mi ci sono mai sentita, io ero serenissima perché le mie vacanze migliori sono state quelle trascorse con persone che conoscevo poco o che al momento di partire mi stavano financo sui maroni (e non è il caso di Ines e Furio, eh, ci tengo a specificare).
Ines e Furio: due gran tiponi, si diceva, tra i cinquanta e sessant’anni. Alti, belli, innamoratissimi; dotati di un’eleganza innata, variopinta e un po’ hippie, con punte di rochenroll. Riminesi purosangue, hanno portato nella mia bella isola di vento – così risoluta nel rivendicare orgogliosamente la sua anima e le sue tradizioni millenarie –  una generosa manciata di scanzonata, anarchica e iconosclastica “Romagna way of life”.  
Ora, per motivi che capirete di qui a poche righe, il racconto penderà giocoforza su Furio, ma io un paio di cose sulla Ines ve le voglio proprio dire. Per esempio vi dico che la Ines ha conosciuto la vita in ogni suo profilo, e ne ha saggiato ogni schizofrenico aspetto. S’è viaggiata il mondo intiero in un modo che definirei autenticamente avventuroso. Donna spiritosa, fatalista, sciantosissima, la Ines ve la dovete immaginare un po’ come una Polly ma con vent’anni e venti centimetri di coscia in più. Dunque gianda, senza schermi, e indefessamente fedele al santo credo dello SBATECAZ.   

Ma è giunta l’ora di andare al nocciuolo di questo post, perciò adesso cercate di immaginare questa scena: noi tutti spiaggiati in quel paradiso in terra che è Sa mesa longa in una mattina lievemente maestralata. Nessuno fiata, rapiti come siamo dalla meraviglia che ci circonda e ognuno dai suoi pensieri; il silenzio screziato solo dal remoto e gaudente vociare degli altri bagnanti.
D’improvviso cala dal nulla una delle mie solite domande:
– Oh Furio… ma te, quando eri un ragazzo, eri per caso un Mandrillone della Riviera?
Allora Furio, che mi dà le spalle, si volta lento verso di me, mi guarda da dietro gli occhiali da sole, e dopo aver dato un tiro profondo alla sua sigaretta, mi risponde:
– Certo, Polly, lo puoi dire forte.
Fa una pausa, e poi continua:
– E ti dirò di più, non solo ero un gran mandrillo della Riviera, ma ero addirittura un discepolo dell’immenso Gonzo.
– Gonzo? E chi è?
– Come sarebbe “Chi è Gonzo?” Gonzo è il Re dei Mandrilli, il più grande conquistatore di gnocche che la Riviera Romagnola abbia mai conosciuto; una istituzione, una celebrità in tutta Europa, uno che negli anni ‘80 riempiva le pagine dei quotidiani finlandesi, tedeschi…
– E tu eri un suo discepolo?
– Sì, lo sono stato per un periodo.
– Ah soccia, voglio sapere tutto.

Così inizia il racconto di Furio, un racconto che è durato giorni, più volte interrotto e ripreso per ripetere o approfondire certi aneddoti particolarmente succosi; un racconto narrato con quella tipica divertita e autoironica consapevolezza di chi ha vissuto davvero e non ha problemi ad archiviare il proprio passato nel cassetto dei “Ricordi sì, ma senza rimpianti”.
Un racconto – se non si fosse capito – che fa più o meno così:

– E allora Polly, tu devi sapere che per noi ragazzi riminesi c’era una sola certezza: che ad aprile iniziava la stagione.
– E quindi?
– E quindi se ad aprile eri fidanzato, ti dovevi sfidanzare, perché da quel momento fino a settembre le turiste avevano la precedenza.
– Quindi i fidanzamenti duravano una manciata di mesi?
Sì, pochi, erano storie che iniziavano sulla spiaggia e nella migliore delle ipotesi non arrivavano all’estate successiva.
– E quand’è che hai incontrato Gonzo?
– Boh, a un certo punto… io ero giovane, lui era più vecchio di me, di un’altra generazione: era un mandrillo già famoso e navigato.
– E com’era Gonzo? Descrivimelo.
– Capello lungo schiarito, camicia aperta e catenone al collo. Come da manuale. Non era molto alto, questo no.

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(in questa foto: Gonzo nel suo habitat naturale)

– Per il resto, com’era?
– Era simpatico, molto preso a fare numero… non so se mi spiego… Era uno che a fine stagione faceva le somme…
– E tu eri così?
– No, io ero diverso, ma che ero diverso l’ho capito dopo…
– Nel senso che facevi pochi numeri?
– Non direi…, ma fare il bilancio consuntivo a settembre non mi è mai interessato. Poi io sono uno che ha sempre avuto il vizio di parlarci con le donne, perciò andava a finire che qualcosa nasceva, si innamoravano … E mi facevano certe scenate!
– E Gonzo, lo senti ancora?
– No, però ancora si parla di lui. Ho letto da qualche parte in rete che è andato in pensione…
– Ma in pensione dalla sua professione di Don Giovanni o in pensione dalla sua professione tipo da impiegato del comune?
– La seconda che hai detto…
A questo punto mi immagino un Gonzo già maturo fare la spola tra i dancing e i cocktail bar della zona, cercando di mantenere vivido l’immaginario, l’archetipo del suo personaggio a dispetto dell’avanzata inesorabile di giovani adoni ugualmente ferrati nel beach volley e nel sesso. Me lo immagino sciorinare alle sue prede uno a uno gli articoli che il “Der Spiegel” e il “Helsingin Sanomat” han scritto su di lui, per comprovare la sua popolarità. Inizialmente questi articoli li teneva tutti in una carpetta di cartone dalla copertina pitonata che portava sempre con sé; poi ha deciso di scansionarli e ora li fa vedere dallo smartphone, che naturalmente è sempre un iPhone all’ultimo grido.
– Ma ora come sta messo a donne?
– Non lo so, credo che stia con una ragazza russa.
– Mhm… ma torniamo a te! Dimmi mò com’era la tua giornata tipo.
– Mah, dipende. Lavoravo nel turismo, come tutti. Mi ricordo un anno che facevo il cameriere-tutto fare in questo piccolo albergo di Rimini a conduzione familiare. Lavoravo tutto il giorno, poi la sera ero impegnato con le turiste – sai, andavo nelle loro stanze – e la mattina, quando scendevo in cucina per le colazioni, stanco frusto, trovavo la padrona dell’albergo che mi preparava lo zabaione. Capito? Voleva che mi mantenessi in forze, che affrontassi la nuova giornata con la giusta energia.
– Insomma tutta la filiera turistica era gnocca turistica oriented!
– Già…
– E quando non andavi nelle stanze delle turiste, dove le portavi, in spiaggia?
– Sì, anche, le portavo un po’ ovunque, ma soprattutto nella mia Squalo.
Segue accurata descrizione degli interni della Squalo di Furio, concepiti allo scopo di favorire l’amore: dalle tappezzerie animalier, al volante di peluche, ai sedili che “quando li reclinavi diventavano veri letti matrimoniali e ci si stava anche in quattro… cosa non abbiamo fatto in quella macchina… ”
Dice così Furio, e lo fa un po’ a bassa voce per non urtare la sensibilità della Ines che fa la lucertola al sole pochi metri più in là. La quale Ines – mi vien da dire – non solo conosce (e ama) il passato del suo uomo in ogni sua promiscuità, ma se si mettesse a raccontare lei le sue estati di gioventù, mi sa che farebbe impallidire Furio, Gonzo e tutta la compagnia di Mandrilli rivieraschi.
A questo punto Furio mette mano al cellulare e mi fa:
– Guarda Polly, questa foto me l’hanno mandata proprio qualche giorno fa. Eccola la mia Squalo, ed eccomi qui, con tutti gli amici dell’epoca.
Prima che mi passi il cellulare in mano, Furio indugia, preso com’è a guardar con amore il se stesso di qualche anno fa.
Mi passa il telefono e mi trovo di fronte una fotografia sgranata ma bellissima.
Un gruppo di aitanti manzi romagnoli, immortalato nell’ennui di una pausa dalla spiaggia e dagli amori.
Dietro il loro sguardo in favore di obiettivo – ne sono certa – ci sono i programmi e i sogni per l’imminente serata, che avrà da essere indimenticabile.
Furio lo riconosco subito, ma bleffo.
– Tu quale sei?
– Ma come “quale sono”? Il più bello di tutti!
Ecco, e allora visto che io lo so chi è il più bello di tutti, guardatevi un po’ la foto e battezzate your own personal Furio secondo il vostro gusto.

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Mentre decidete intanto vi racconto questa coincidenza.
Proprio quando avevo cominciato a mettere in cantiere questo post, qualche mese fa, un’amica ignara dei miei progetti mi ha mandato degli scatti rubati a un libro di fotografie dedicate proprio a Rimini e alla sua composita fauna. Il libro si chiama “DiviDiRimini” e a voler spendere 30 euri, sono sicura che ci potremmo trovare il Gonzo, e Furio, e la Ines, e tutti gli albergatori sensibili e fieri montatori di zabaione…
Perciò cosa aspettiamo? La tredicesima è qui che sta arrivando: compriamolo tutti.

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Priorità

Oggi gran perplessità nel constatare che quella gran baracconata di FICO compare tra le località/luoghi di interesse della segnaletica verticale della Tangenziale di Bologna, mentre alla sede della Regione Emilia Romagna (come dite? Un baraccone pure quello?…), sempre in tangenziale, è stato riservato un cartelluccio a se stante,  derelitto, che – per dire – se non guido con gli occhiali, non riesco nemmeno a vedere. E non che io soffra di tutta questa miopia.

Il re è nudo (e ce l’ha sempre in tiro…)

E così salta fuori che tale Harvey Weinstein – famoso e potentissimo produttore hollywoodiano – per anni ha molestato più o meno pesantemente (se non addirittura violetato) giovani e belle attrici agli albori delle loro carriere: Gwineth Patrow, Rose McGowan, Asia Argento, Angelina Jolie, Ashley Judd eccetera eccetera.
Come dite? Definirle attrici è un affronto a chi sa davvero recitare? Mhm, può essere, ma non è questo il punto.
Il punto è che le suddette – siano esse attrici talentuose o meno – sono state molestate sessualmente e ricattate dal capoccia di turno, ed è lo stesso capoccia ad ammetterlo, perché  Weinstein – travolto dallo scandalo suscitato dalle accuse di alcune vittime – è immediatamente volato in Isvizzera in una clinica dove si curano i disturbi sessuali al grido di “Hanno ragione, hanno ragione loro. Mi debbo curare”.
Oh, niente che non succeda in ogni ambiente di lavoro, tutti i giorni, sia chiaro. Questi abusi non mi scandalizzano, né mi sorprende – cosa che invece pare aver spiazzato molti – che siano stati denunciati così intempestivamente. Chi subisce violenza, di ogni ordine e grado, è vittima e debole, e secondo me ha diritto di scegliere se, quando e come accusare il suo carnefice; e poi quante palle bisogna avere per contrastare un gigante immanicatissimo di Hollywood?
Tante palle, e infrangibili.
Naturalmente è il potere la chiave di volta di questa storia, quel potere indiscusso che da una parte consentiva al caro Weinstein di estorcere servizietti sessuali alle attrici; e dall’altra alimentava il silenzio di chi subiva le violenze e – nondimeno – di terze persone (attori, registi, produttori) che sapevano degli abusi, ma tacevano per paura di ritorsioni alle rispettive carriere.
D’altronde bisogna mangiare, tutti quanti.

Ora, tra tutte le storie delle attrici coinvolte, mi ha colpito in particolare quella di Rose McGowan.
La Rose è stata una delle”Gole profonde” che hanno innescato il domino dello scandalo. Tra i suoi amici ella annoverava (e l’imperfetto è d’obbligo) Ben Affleck, attore e regista dotato e “impegnato”. All’epoca delle molestie, lei si confidò con lui, come si fa tra amici. Ben la ascoltò attentamente e con affetto, ma più che sostenerla moralmente non fece. D’altronde cosa poteva fare: andare da Weinstein e accusarlo? Che prove aveva? Era la parola di Rose contro la sua.
Infatti Ben capiamo la tua posizione e non ti condanniamo mica per il tuo silenzio. D’altronde c’avevi Will Hunting da girare con Weinstein, e se poi lui avesse scelto tuo fratello al tuo posto era un problema, me ne rendo conto.
Epperò cosa succede?
Succede che appena scoppia il bubbone e alla testimonianza di Rose se ne aggiungono decine di altre, Ben Affleck mi fa un proclama twittoso in cui non solo condanna la condotta di Weinstein, ma afferma con forza di non aver mai saputo nulla degli abusi subiti dalle colleghe.
Al che si scatena – giustamente – l’ira funestissima della Rose che sempre su Twitter risponde una cosa tipo: “Ma che cazzo dici, Ben? Tu sapevi perché te l’ho detto io, ti ricordi quella sera al MacDonald che tu hai mangiato un MacCrispy e io un happy Meal con una sorpresa Star Wars? Perché stai mentendo?”.
A questo punto Ben, sentendosi sputtanato worldwide da Rose McGowan, chiede e ottiene la sospensione del profilo dell’attrice da Twitter, per il danno che l’affermazione “you lie” ha arrecato alla sua immagine di attore rettissimo.
Che dire? Rose non hai perso niente. Capisco la delusione umana che ha guidato il tuo tweet, secondo me più che legittimo. Farai a meno di quel bel bamboccione vacuo che reputavi a torto tuo amico, e anche di Twitter che, detto tra noi, a me ha sempre fatto cagarissimo.
Hold on.

E comunque: quanto si somigliano Weinstein e Vissani?
Paiono separati alla nascita!

separati alla nascita

A volte ritornano: i Baustelle son tornati con un nuovo album, con i loro suoni e i loro testi pretenziosi, inutilmente rucercati, privi di sostanza.
Oh, è la mia opinione, certo. Tuttavia mi pare lapalissiano che il singolo Amanda Lear  sia un plagio totale e sterile di Common people dei Pulp (che adoro).

E allora non so vo cosa fate quando la fuffa avanza, ma io cerco la sostanza, quella sostanza a cui magari capita di citare, di celebrare, di ammiccare al passato, ma che lo fa con eleganza e originalità.
Sostanza è, per esempio, Gil Scot-Heron.
E qui sotto la raffinatissima e sorprendenre Lady day & John Coltrane.
Si ringrazia, come sempre, la youtube.